Per Firenze quella di ieri è stata una giornata sospesa dentro una sorta di bolla spazio-temporale. Aperta sotto una coltre leggera e umida, propria di quelle mattine che non decidono se appartenere all’autunno e alla primavera; e silenziata dal senso di gravità che accompagna ogni rito prossimo a celebrarsi. Il rito del dolore partecipato, come una sorta di celebrazione post-lutto, la cui funzione è ricordare che intanto la vita continua e chi resta quaggiù va aiutato a farsene una ragione. Basta prendersi un pezzo del suo dolore, e trasformarlo in un dono che può avere la forma di un fiore. E’ quello che è successo ieri a Cesare Prandelli, mentre compiva gli ultimi passi sul campo per andare a riprendersi la Fiorentina dopo la settimana che gli ha cambiato tragicamente la vita, e si è visto piovere incontro dal parterre di tribuna una rosa bianca. E poi un’altra, e un’altra ancora. Prandelli le ha raccolte e portate con sé in panchina, mentre già sul Franchi s’era aperto uno squarcio di luce liquida che riempiva il catino di colori flou. Come se il mondo si fosse rovesciato, e lo specchio d’acqua di un lago si fosse sostituito al cielo sopra Firenze.
E’ stato lì dentro che tutti siamo stati protagonisti del più profondo e fiero minuto di silenzio mai stato celebrato su un campo di calcio italiano. Una scena mai vista e forse irripetibile, animata in uno stadio pieno per davvero; col settore dei tifosi ospiti popolato di bambini dalle urla trillanti, e nessun vuoto a fare da cuscinetto nelle due porzioni di spalti confinanti. E poi c’è stata la partita, che non è un rito e non poteva esserlo. Perché il rito ha una fine già scritta, mentre la partita la decidono gli uomini sul campo. E sul campo l’Inter è più forte della Fiorentina anche in un giorno normale. Figurarsi nel giorno in cui i viola avevano la testa altrove, e la sola cosa che contava era esserci. Come è stato per Adrian Mutu, che ha accelerato il recupero perché questa partita proprio non la voleva mancare anche a costo di fare da comparsa. E come non è stato per il capitano Dario Dainelli, infortunatosi durante il riscaldamento e mescolatosi zoppicante alla folla che defluiva dallo stadio a partita finita. C’è stata, e molto, anche l’Inter. Che è stata grande per come ha vinto, artigliando la partita dopo solo 10’ e chiudendola sul finire del primo tempo; e lo è stata soprattutto per come non ha stravinto, comprendendo che la vera forza di una grande squadra è trionfare con misura, e che in quell’atmosfera infierire sarebbe stata una sciocca crudeltà. E allora il secondo tempo è stata una danza intorno al campo col solo Ibrahimovic che ha continuato a provarci, frenato da un Frey stellare e da uno stadio intero che soffiava contro i palloni scagliati dell’odiato svedese. Dall’altra parte la Fiorentina pedalava con orgoglio. Sconfitta ma non domata. Per ieri bastava così.