Aldo Agroppi: “Il Toro è la mamma, la Viola la zia. Chi vince? La zia..”

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    Agroppi«Il Torino è la mamma, la Fiorentina la zia». Aldo Agroppi passeggia nella cantina dove sono conservati gelosamente migliaia di dischi e le foto degli anni passati nel calcio. Musica e pallone. I suoi compagni di viaggio. In salotto, invece, troneggia un ritratto di Mina con l’autografo della diva della musica. Oggi all’ora di pranzo le squadre della sua vita si incroceranno al Franchi. «C’è elettricità soprattutto a Firenze – racconta l’ex centrocampista granata e allenatore viola, oggi 71enne –. Ho letto di striscioni contro la famiglia Della Valle che non condivido. Se la squadra di Sousa non vince contro il Torino sai che storie».
    La Fiorentina è quarta eppure alcuni non sono soddisfatti.
    «Mi chiedo cosa si voglia di più. La Fiorentina è da quarto posto. Non c’è un campione, solo tanti giocatori di buon valore. Si parla tanto di Kalinic. Ma sarete d’accordo che Batistuta era di un altro pianeta, giusto? Borja Valero mi piace ma ha già un’età. E Ilicic…».
    Ilicic?
    «È come le targhe alterne. Una domenica vola, l’altra non esce dal parcheggio».
    Il suo giudizio su Paulo Sousa?
    «Ha un bel viso. Si presenta bene e in un mondo mediatico questo è un valore. Ma non lo conosco a fondo per giudicarlo dal punto di vista tecnico. Non ho mai creduto, però, agli allenatori che fanno la differenza. Tornando alla Fiorentina se fossi io in panchina userei Bernardeschi in maniera diversa».
    Il tecnico portoghese lo ha trasformato in esterno a tutta fascia.
    «Non mi convince. Bernardeschi lo riporterei nel suo ruolo naturale, quindi da seconda punta o rifinitore. Il ruolo che nel Crotone gli ha permesso di segnare 12 reti in 39 partite. Nella Fiorentina in campionato è ancora fermo a zero gol. Il bimbo ha doti vere ma deve stare vicino alla porta avversaria».
    Pepito Rossi se n’è andato.
    «Storia strana. Lo hanno curato e aspettato per più di un anno e ora che sta bene lo danno via. Forse la società e Sousa dovevano convincere il giocatore ad avere pazienza».
    È arrivato Zarate.
    «Era scomparso. Ora riappare all’improvviso. Zarate è uno di quei giocatori che fanno innamorare al primo sguardo e poi faticano a trovare spazio».
    Una parte di tifosi viola contesta l’operato dei Della Valle.
    «Quando acquistarono la Fiorentina i Della Valle dissero che non erano entrati nel calcio per rimetterci soldi ma che volevano vincere e far divertire. La gente non dimentica. Ma i Della Valle sono stati bravi».
    E Cairo?
    «Ha avuto bisogno di tempo per rimettere a posto i conti granata. Ma c’è riuscito. Quest’anno ha investito con saggezza su tanti giovani italiani dell’Under 21. È questa la strada giusta. Il Toro è il Toro. È unico. Sono cresciuto nel mito di Valentino Mazzola, di Castigliano. Avevo la collina di Superga davanti agli occhi. Però a volte i tifosi granata sono ingenerosi con i loro calciatori».
    In che senso?
    «A volte li accusano di non avere lo spirito del Grande Toro. Non è un problema di spirito ma di valori tecnici. Con Rolando Bianchi e Maxi Lopez dove vuoi andare? Quando c’erano Graziani e Pulici, Pecci e Sala avevi 50 gol garantiti e potevi lottare per lo scudetto».
    Della squadra di Ventura chi ha lo spirito del vero Toro?
    «Glik».
    È tornato Immobile.
    «Non è un campione, è stato sopravvalutato. Ha sbagliato ad andare in Germania e poi in Spagna. La sua dimensione è il Torino. Con la maglia granata tornerà a segnare tanti gol. Ne sono sicuro. Piuttosto, vorrei capire perché Quagliarella non ha festeggiato dopo la rete messa a segno contro il Napoli al San Paolo. Misteri del calcio».
    Ventura le piace?
    «Molto. E prima di andare in pensione meriterebbe di allenare una squadra da scudetto invece di vivere nella continua tremarella».
    Chi vince?
    «Penso la zia Fiorentina».
    C’è un collega di Serie A al quale vorrebbe mandare un messaggio?
    «Caro Luciano Spalletti, ma chi te l’ha fatto fare di tornare alla Roma?».
    Sul tavolo ci sono le bozze di un libro che Agroppi ha appena finito. Ce n’è per tutti in quelle pagine scritte a mano da Aldo e trasferite dal figlio sul computer. Da maledetto e adorabile toscanaccio.