Il blog di Ludwigzaller: Guardiola al Brescia

1458



Sappi o re, direbbe il narratore delle Mille e una notte, che un soldato che aveva militato nei più potenti eserciti del mondo, mentre gli anni passavano e la sua carriera volgeva alla fine, decise di farsi umile e, vestiti che ebbe gli abiti del vagabondo, si incamminò sui sentieri che da una delle più potenti città della Spagna lo conducevano ad una città italiana di provincia, Brescia. Dietro quel gesto c’era un motivo. A Brescia sperava di incontrare quello che a suo parere era il più Grande di tutti e di potersi mettere al suo servizio, in una sorta di percorso di iniziazione spirituale che l’avrebbe condotto verso una nuova vita, nella quale egli non sarebbe più stato valoroso soldato ma condottiero e stratega. Quel Grande giocatore sarebbe stato il suo ultimo compagno e insieme il giocatore ideale, quello che incarnava il tipo di calciatore che voleva allenare e creare.

Il soldato era Pep Guardiola. Il Grande Uomo sulle cui tracce il soldato si era messo Roberto Baggio. Per comprendere il senso della storia bisogna tener presente che il Grande Uomo non contava più nulla, era stato dimenticato e spendeva gli ultimi balunigii della sua gloria su quel campo che certo non era pari a quelli da lui calcati al culmine di una straordinaria carriera. Fu così che i due incominciarono a giocare assieme. E il loro mentore fu un allenatore vecchio e saggio, che si esprimeva in un lingua popolare ricca di inflessioni centroitaliche, Carletto Mazzone.

Di sicuro Guardiola sapeva che Baggio, dopo il suo distacco dalla Fiorentina, non aveva trovato pace. Nonostante fosse un idolo del pubblico non si intendeva con gli allenatori e non riusciva a portare le proprie squadre alla vittoria come avevano fatto campioni come Maradona. Allenatori come Trapattoni, Lippi, Capello lentamente lo emarginavano, finché a fine stagione non veniva ceduto. Accadeva spesso che gli venissero preferiti giocatori più alti, più forti e atletici, più disciplinati, anche se meno dotati tecnicamente. Era il calcio di allora, quello sacchiano dei preparatori atletici talora in odore di doping.

Deve essere nata in quel momento nella testa di Guardiola l’idea di un calcio nuovo, in cui la visione dominante all’epoca fosse rovesciata.  Pep immaginò un calcio fatto per giocatori dalla tecnica raffinata, atleticamente non imponenti, che si potessero esprimere liberalmente e senza condizionamenti di ruolo. Giocatori chiamati  a rischiare sempre la giocata, mandando in tilt le difese, senza timore di sbagliare o di perdere il pallone. Capaci di umiliare i muscolari con ragnatele infinite di passaggi.

Il calcio che in seguito Guardiola avrebbe fatto giocare al Barcellona era un calcio pensato per Roberto Baggio. Avesse avuto venti anni di meno l’avremmo visto occupare il ruolo di falso nove come Messi. O giostrare al centro dell’attacco della Fiorentina assieme a Chiesa e Ribery. Non è accaduto. Non poteva accadere, ma se oggi ammiriamo le giocate coraggiose e i dribbling di Frank è anche perché in un campo di una città di provincia, molti anni prima, l’allenatore più forte del mondo e il suo giocatore ideale si incontrarono e giocarono per una intera stagione l’uno accanto all’altro.

Grazie agli amici del blog per aver contribuito idealmente alla scrittura di questo post, come spesso accade. LZ