Il blog di Ludwigzaller – Italia

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Nei primi mesi della sua esperienza viola Commisso si è scontrato inevitabilmente con la necessità di adattarsi al sistema italiano. Ma pian piano le cose stanno cambiando… 

Vivere in Italia, si sa, per chi proviene dall’estero, ma anche per gli autoctoni, richiede un processo di adattamento. Bisogna scontrarsi con la burocrazia, lenta e complicata, con il mancato rispetto degli orari, con certi toni di voce che rompono l’equilibrio mentale di chi viene dai silenzi nordici. Fin qui niente di male, secoli di studi antropologici ci hanno insegnato a rispettare le specificità culturali di ogni paese.

Le cose si complicano quando viene comunicato un messaggio più oscuro: o ti adatti o perisci. Accade per esempio quando ci si iscrive a un concorso, o a una gara di appalto, e si scopre che il vincitore c’è già. Che fare allora? Prendere le armi contro il nemico oppure tacere e incassare aspettando che capiti la giusta occasione per te? Dopotutto se Lucia avesse ceduto alla corte di Don Rodrigo, questi, dopo qualche mese di sollazzi, l’avrebbe probabilmente riconsegnata al fidanzato e poi marito, assieme a una congrua dote che avrebbe assicurato alla coppia tranquillità e benessere.

L’imprenditore straniero, che arriva in Italia convinto di poter portare delle novità nel mondo del calcio, si scontra inevitabilmente con la necessità di adattarsi. Ancora non è riuscito a capire se gli faranno fare uno stadio e dove. Il gioco dei veti incrociati potrebbe condannarlo all’inazione e quindi al fallimento del progetto. Ma vediamo come vanno le cose dal punto di vista della gestione sportiva. La squadra, dopo un inizio stentato, entra in uno stato di grazia e riesce a ottenere quei due punti di media a partita che sono garanzia di una stagione felice. Poi, per una serie d’infortuni e di situazioni psicologiche singolari, si arena. L’imprenditore ha un suo modo di agire che deriva dal suo paese di adozione, l’America. Nonostante la pressione della piazza e dei media è deciso a confermare l’allenatore con cui era partito anche se non tutto fila liscio. Ciò dipende dall’applicazione di principi virtuosi: confermare i manager quando si compra una società, non farsi scoraggiare dalla prima crisi temporanea, dare al manager, in questo caso l’allenatore, il tempo per rimediare.

Ma le vittorie tardano ad arrivare, e resistere è sempre più difficile. Finché non gli arriva da più parti il consiglio decisivo: tu non sei in America, questo è un altro paese, abbiamo altre regole. O ti adatti o esci di scena. Gli argomenti includono una retrocessione immaginaria, una visione rozza del calcio come sport pedestre in cui l’allenatore deve insegnare a picchiare in campo e prendere a calci nel sedere i giocatori fuori dal campo, la fake news di una preparazione inadeguata. È evidente che la crisi della squadra nasce dalle circostanze e dalla sfortuna e che la via maestra per rimediare è l’acquisto di nuovi giocatori, in attesa che alcuni campioni possano riprendere decentemente il loro posto in campo, e che certi giovani su cui si era troppo ottimisticamente puntato vadano a farsi le ossa in serie b.

Alla fine il presidente cede e si sente sollevato. È andata bene perché Iachini non è il picchiatore che si dipinge, e perché ha idee calcistiche virtuose, ma l’occasione di seguire una strada diversa, meno umorale e meno populistica, in breve meno italiana, si è persa.

PS: i troll sono pregati di stare alla larga da questo post, perché anch’io rivendico la libertà di scrivere quello che credo. Grazie

di Ludwigzaller