Delio Rossi: “Caro Ljajic, sei come il Toro. Hai i mezzi per il salto in alto”

da Tuttosport

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«Mi laureai con 110 e lode in educazione fisica, avrei potuto insegnare, ma allenare è sempre stata e sarà sempre la mia vita».
Dopo oltre 15 anni di panchine in A, dopo un trionfo in Coppa Italia e tante soddisfazioni, potrebbe aprire un ciclo con una Nazionale africana. O sbagliamo, Delio Rossi? 
«Non sbagliate. Qualcosa in ballo c’è. Vedremo. Dopo la fine del rapporto con il Bologna, ho ricevuto varie proposte in Italia e all’estero. Ho avuto anche dei contatti per una Nazionale asiatica. Non ho problemi a spostarmi, nel caso. L’importante è poter credere in un progetto».
Anni fa, si parlò anche di lei, per la panca granata. Le piacerebbe allenare il Toro, un giorno?
«Sì, ma non vorrei che sorgessero equivoci. Il Toro ha Mihajlovic che è un bravo allenatore, cui auguro ogni bene e tanti anni in granata».
Ci mancherebbe: lei ha semplicemente risposto a una domanda. Ma perché le piacerebbe?
«Il Toro è una grande squadra, fa parte della storia del calcio e ha una tradizione costruita sulla passione. Il Toro vive di passione, come me. Conosco bene anche l’epopea del Grande Torino, l’ho studiata, mi ha sempre affascinato. Come certi dettagli, che però non sono dettagli, e hanno subito colpito il mio immaginario. Gli spogliatoi del vecchio Filadelfia, ad esempio, con i ragazzi del vivaio che a seconda delle età passavano di stanzone in stanzone, fino ad avvicinarsi a quello della prima squadra. Nelle tradizioni del Toro c’è infatti anche un vivaio florido. E per me tutte queste cose rappresentano un valore aggiunto».
Nel 2011 lei sostituì Mihajlovic a Firenze. Poi lui sostituì lei alla Sampdoria nel 2013.
«Il calcio è una giostra naturale, per noi allenatori. Il destino esiste quando ti ritrovi al posto giusto nel momento giusto».
Cosa pensa del gioco di Torino e Fiorentina, prossimi avversari? Pregi e limiti. 
«Miha e Paulo Sousa possiedono grandi sensibilità calcistiche, perché sono stati ottimi calciatori. Hanno vissuto in spogliatoi importanti, partono avvantaggiati. Ma sono molto diversi caratterialmente. E pure il gioco è molto differente. Miha ha trasmesso un nuovo carattere al Toro. La squadra però pecca un po’ di equilibrio, e ciò spiega anche gli alti e bassi soprattutto nella fase difensiva. Gli infortuni hanno avuto il loro peso. Il Toro, oggettivamente, ha più ricambi davanti che dietro. Tornando alla domanda: il Toro gioca di più a sprazzi, puntando sull’intensità. La Fiorentina invece propone una manovra molto più ragionata. Ma alla luce del grande ed elaborato possesso palla, talvolta non crea abbastanza occasioni. Nella mia testa il calcio vincente è l’unione perfetta della tecnica con la velocità: ma devi anche avere i giocatori bravi».
Senza rivangare lo spiacevole episodio dello scontro tra lei e Ljajic a Firenze, nel 2012, cosa pensa di lui, oggi? 
«Quella è una storia chiusa da tanti anni e non influenza in nessun modo il mio giudizio sul giocatore. Precisato questo, dico che mi pare molto maturato. Ai miei tempi era molto giovane. Era arrivato a Firenze a 19 anni con l’etichetta del fenomeno, e questo non lo ha aiutato, visto il carattere. Ma lo trovo ancora incostante: fa vedere solo a sprazzi la sua grande qualità. E’ l’ulteriore step che deve salire».
Ma è persino irritante, certe volte.
«Se è per questo, non è l’unico. Fa parte del suo carattere. Non lo fa apposta. Anche Ilicic, a Firenze, ogni tanto dà questa sensazione. Ma lo conosco, è il primo che ci sta male. Giocatori con il loro talento e il loro carattere, se sono in giornata ti fanno vincere, se no diventano irritanti, è vero. Ma lo sanno anche loro. Il salto lo compiono quando riescono a migliorare. Giocatori come Ljajic possono sembrare la classica ciliegina: ma dovrebbero imparare a diventare l’ingrediente della torta».
Miha in estate diceva: «Nel Toro nessuno ha la sua classe, farà compiere alla squadra un salto di qualità».
A dicembre, invece: «E’ meglio non averlo, se gioca in modo così schifoso».
«In pubblico io non avrei mai pronunciato né una frase né l’altra. Al massimo gliele avrei dette in privato. Però Mihajlovic non è uno sciocco. Ha cercato in modi diversi di suscitare una reazione d’orgoglio in Adem. Ma non tutti i giocatori sanno reagire sul campo con i fatti, dopo episodi così. Per come lo conosco, a Ljajic non servono né carezze né panchine punitive. Se giocasse in una squadretta, per fargli sentire la stima di tutti potresti consegnargli la maglia prima che agli altri e stabilire davanti a tutti che è il giocatore più importante. Ma in squadre importanti come la Fiorentina, l’Inter, la Roma o il Toro, cioè quelle di Ljajic, non lo puoi fare. Lì, il singolo deve vincere la concorrenza interna. E poi meritare di restare titolare. Punirlo o farlo allenare all’infinito non è il sistema giusto per farlo crescere. Lo sa anche lui, visto che non è stupido, che deve diventare più continuo. Non lo fa apposta per superficialità o svogliatezza. Semplicemente, Adem non ha ancora trovato la chiave per svoltare. E non c’è una ricetta uguale per tutti».
Lei continuerebbe a puntare su di lui?
«Sì. E’ molto bravo nell’uno contro uno, ha capacità importanti e un buon tiro. Molti giocatori hanno attraversato lunghi periodi grigi, ma poi sono diventati dei campioni».
Fiorentina-Toro: Bernardeschi, Chiesa, Barreca…
«Tre ottimi talenti. Bernardeschi è cresciuto in maniera esponenziale. E’ diventato un giocatore importante. Ora deve salire un altro gradino e divenire anche un trascinatore che guida gli altri e si assume le responsabilità nei momenti decisivi. Chiesa e Barreca hanno meno esperienza e sono più in basso, in questa scala ideale. Da promesse che sono, devono dimostrare di essere importantissimi per la squadra. Barreca è uno dei migliori terzini sinistri d’Italia».
Cosa consiglia a Belotti, per il suo bene e non solo per il suo portafoglio?
«Lo volevo all’Atalanta, lui era nell’Albino in C: ma la società mi disse che la richiesta di 1,5 milioni era troppo alta. Quindi figuratevi quanto lo stimo! E da quanti anni! Adesso Belotti deve ascoltare solo il cuore: lo stipendio viene dopo. Comunque mi pare tutto meno che un giocatore venale. Se si sente gratificato e realizzato nel Toro, non vada via: avrebbe solo da perderci. In un ambiente ideale, con grandi motivazioni, rendi di sicuro di più. Se invece si ritiene pronto al salto in un top-club straniero, e a Torino si sente stretto, allora scommetta su se stesso e corra dietro alla sua voglia di eccellere a ogni livello. L’importante è che la scelta parta dal suo cuore e sia ben meditata».
Il Toro non dovrebbe coltivare le stesse ambizioni europee della Fiorentina? La piazza e la storia del club lo meritano, le risorse economiche ci sarebbero… «Certo. Il Toro non ha il budget dei top-club italiani, ma può competere con la forza delle idee e dei programmi. Il paragone può essere fatto anche con la Lazio. La squadra granata è relativamente giovane. Se il club manterrà lo zoccolo duro dei migliori talenti italiani… Belotti, Zappacosta, Barreca, Benassi, Baselli… e man mano aggiungerà giocatori importanti come per la Lazio sono i vari Biglia, de Vrij, Parolo, Keita e Felipe Anderson, il Toro potrà davvero raggiungere il livello attuale dei biancocelesti. Cioè competere per un posto in classifica tra il 4° e l’8° posto. E andare in Europa almeno una volta ogni 2 anni».