Fame e sacrificio. Motivazioni da ritrovare in fretta

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    Sousa carpi

    “E’ mancata la nostra identità, così facciamo molta fatica”; “Solo pochi giocatori al mondo vincono le partite da soli”; “C’era voglia di vincere, ma solo da parte dei singoli”; “Quando giochi con la tua identità vinci, sennò perdi”; “Il dispiacere di stasera è soprattutto per non aver visto la mia squadra”; “Alcuni giocatori non sono ai livelli di inizio stagione, ma se mantieni la tua identità riesci a vincere”; “Dobbiamo rimetterci subito in riga, non possiamo perdere la nostra identità”; e poi: “Energie mentali? Dobbiamo sentirci privilegiati nel fare qualcosa che amiamo per lavoro, e per cui veniamo pagati. E’ il minimo di ogni giocatori pensare a questo, e dare tutto per questo”.

    Frecciate e messaggi chiari, che Sousa ha voluto recapitare alla squadra nell’immediato post-partita di ieri sera. Dopo averlo fatto presente, a chiare lettere, negli spogliatoi del Franchi. Si può perdere, “non siamo imbattibili”, ma non senza lottare, e senza mantenere la fisionomia di squadra. Giocando ‘ognuno per sè’. Per di più con in campo quasi tutti i titolari.

    Un campanello d’allarme che si accende, al tramonto di un 2015 più che positivo. Primi mesi di gestione-Sousa che hanno regalato grandi risultati e grandi soddisfazioni, ma il momento è delicato, inutile nascondersi. La flessione viola nasce da lontano, non arriva proprio improvvisa: 2 vittorie nelle ultime 7 partite (3 pari e 2 sconfitte). Tra stanchezza fisica e mentale, una rosa non omogenea, con “due livelli diversi di giocatori”, come disse Sousa dopo l’Empoli. Distinzione tra chi trasferisce bene sul campo i principi di Sousa, e chi invece è indietro nell’apprendimento e nella condizione. Qualcosa di diverso, rispetto all’unità del gruppo celebrata dallo stesso allenatore prima dell’ultima sosta. Conseguenza: titolari spremuti nell’ultimo mese di tour de force, in cui i soliti hanno giocato sempre le partite più complicate. E soprattutto a centrocampo e in difesa non c’è stato sostanziale ricambio da una gara all’altra.

    Un campanello d’allarme che il tecnico ha voluto subito affrontare faccia a faccia, con estrema chiarezza, con i suoi uomini. Perché alle porte, domenica, c’è la partita contro il Chievo. Gara già di per sé difficile, contro una squadra in forma e quadrata. Che non concederà assolutamente niente. Una sfida che rappresenta a questo punto ancor di più un banco di prova cruciale per il futuro viola. Non vincere sarebbe come affondare la punta di una lama in un taglietto superficiale, appena evidente, ma comunque sufficiente ad aprire una lieve ferita.

    Tutti sapevano che sarebbero arrivati momenti difficili, che la condizione psico-fisica della squadra poteva calare alla distanza, per una squadra che per 3-4 mesi ha viaggiato a livelli forse anche superiori alle sue possibilità. Ma è altrettanto vero che sottovalutare il momento sarebbe un gravissimo errore. Niente disfattismi, ma affrontare la realtà con forza per non vedersi sfuggire via qualcosa di meraviglioso. Perchè una Firenze che dopo 17 anni torna in testa alla classifica, torna a sognare lo scudetto, innalza dietro di sè una squadra che ha qualità tecniche ed umane importanti. Una squadra non perfetta, da migliorare, ma con indubbie qualità. Non tanto nei singoli, ma nel gruppo e nella squadra. Quella squadra che, però, forse per la prima volta ieri sera ha ‘tradito’ il sergente Sousa. Non dando le risposte psicologiche, prima che tecniche, che il portoghese si aspettava.

    Per questo il sintomo di malattia va curato subito, prima che si possa aggravare nelle due (lunghe) settimane di sosta natalizia. Atteso anche un intervento della società, magari del patron stesso nel fine settimana prima del Chievo, per “rimettere in riga” chi eventualmente si è sentito appagato, imbattibile, in una gara considerata facile. Tutti fattori che rientrano nelle dinamiche del gioco del calcio, tutti aspetti da mettere in conto nell’arco di una stagione, specie se vissuta ai vertici della classifica finora. Ma altrettanto segnali da non sottovalutare. Il Chievo ora rappresenta un test quanto mai importante. Chiudere il 2015 al secondo posto diventa adesso un patto d’onore, di gruppo, per valutare la tenuta di una squadra che finora – anzi, fino a mercoledì mattina – ha stupito tutti.