Il blog di Ludwigzaller: Ignavia

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La Fiorentina sembra soffrire di ignavia, e il pareggio ricorrente non è altro che il risultato “sanza ‘nfamia e sanza lodo” di cui narrava Dante nella Divina Commedia

Chi decida di consultare la bibliografia dantesca per saperne di più degli “ignavi”, una categoria di abitanti dell’inferno tra le più note, fa subito una scoperta sconcertante: la parola “ignavo” nella Divina Commedia non esiste.

Dante allude invece a “coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”, non fecero scelte di campo precise e non si seppero distinguere per personalità e coraggio. Avanzano in una schiera anonima, punti da vespe, nell’anti Inferno. Tra di loro ci sono anche angeli che nel momento decisivo non seppero optare né per Dio né per Satana. Non hanno un nome, una storia perché non se la meritano. Sono i peggiori di tutti, in un certo senso. In una società medievale dilaniata da lotte cittadine all’ultimo sangue, prendere posizione era indispensabile e lo sapeva bene Dante, che aveva pagato con l’esilio il sostegno alla sua parte e la sua fede negli ideali imperiali. E d’altronde il coraggio era anche una virtù coltivata dai Romani e che in seguito Machiavelli avrebbe apprezzato sopra ogni altra.

Il 30 agosto 2014 la Fiorentina di Montella giocava con la Roma. Si era all’inizio del campionato e la condizione fisica delle due squadre non era al meglio. Il gioco che praticavano era speculare, un 4-3-3 di origine spagnola, dove Francesco Totti era chiamato al ruolo di falso nove.

Tra le file della Fiorentina affiorò a sorpresa un giovanotto biondo con una lunga barba. Era costui un giocatore australiano, Joshua Brillante, appena arrivato nel mercato estivo. Montella ne era stato colpito durante la preparazione e probabilmente sapeva che Alberto Aquilani non era arruolabile. Brillante fu decisivo, ma non nel senso sperato. A un certo punto, nel primo tempo, Nainggolan l’aggredì con il suo impeto, gli tolse il pallone e si produsse in un assist per Gervinho, che calciò sul portiere, ma sulla respinta proprio Naiggolan mise in rete. Quell’azione segnò la fine precocissima della carriera a Firenze di Brillante. Ceduto all’Empoli e poi in serie B al Como, Joshua ritornò infine in Australia, dove divenne titolare nel Sidney.

Una scelta sbagliata, potremmo dire, dell’allenatore, e il discorso si chiuderebbe qui. In realtà il continuo sperimentare caratterizzava il Montella fiorentino. Il coraggio era la cifra del suo gioco e si manifestava prima di tutto nell’atteggiamento della squadra, disposta a sfidare in campo aperto qualsiasi avversario e capace di imporsi anche alla Juve. Andò meglio, in fatto di esperimenti, a un altro allenatore indubbiamente coraggioso, Paulo Sousa, che, a inizio campionato, tra lo sconcerto generale, fece giocare per un intero tempo, contro la Juve a Torino, il giovanissimo Chiesa. Fummo in tanti a pensare che fosse matto, ma aveva ragione lui, come si è visto.

Di ignavia invece sembra soffrire l’ultima Fiorentina, e il pareggio ricorrente non è altro che il risultato “sanza ‘nfamia e sanza lodo” di cui narra Dante, tra giovani in panchina, gestione ultra prudente dei cambi e incapacità di imporre un gioco anche al più modesto degli avversari.

di Ludwigzaller