Lo studio: Paris Saint Germain nuovo paperone del calcio. È povera Italia…

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    Paris Saint GermainLillipuziani contro giganti. Le squadre italiane si scoprono sempre più piccole in confronto alle concorrenti d’oltre confine. La Champions è lì a ricordarcelo ogni volta. E siccome trionfi e disastri non avvengono quasi mai per caso, le ragioni vanno rintracciate nella potenza di fuoco economica. La Football Money League di Deloitte, cioè la classifica dei fatturati delle società di calcio, non mente. Quella relativa alla scorsa stagione mostra il Real Madrid in testa per la nona volta di fila, il Bayern Monaco sul podio a scapito del Manchester United e la sorpresa (si fa per dire) del Paris Saint-Germain.

    Anomalia Il giro d’affari dei francesi è schizzato a 398,8 milioni nel 2012-13. Già i 220,5 dell’anno prima erano drogati dalla mega-sponsorizzazione con la Qatar Tourism Authority. Adesso si è andati oltre l’immaginabile: i 254,7 milioni di entrate dichiarate sul fronte commerciale sono un record per la storia del calcio mondiale. Mai nessuna società si è spinta così in alto, nemmeno il Bayern campione d’Europa che da tempo rappresenta un modello di sfruttamento di sponsorship e merchandising (237,1 milioni). Da quando gli sceicchi hanno acquistato il Psg, il fatturato si è quadruplicato. I compensi fuori mercato elargiti da società correlate sono sotto la lente d’ingrandimento dell’Uefa, in ottica fair play finanziario. Più che di ricavi, infatti, si dovrebbe parlare di finanziamenti dei soci. Ma sono pur sempre quattrini, veri, verissimi. In piccolo, anche la continua espansione del Manchester City (ricavi raddoppiati dal 2010 al 2013) fa storcere il naso. Alle nostre non resta che guardare con invidia a ciò che avviene all’estero.

    Doppia velocità Sono ormai sette su venti i proprietari extra europei, segno di un calcio sempre più globalizzato, che resiste alla crisi, si apre ai nuovi mondi (7 club hanno per sponsor di maglia una compagnia aerea del Medio Oriente) e registra un +8% nei fatturati aggregati delle top 20, saliti a quota 5,4 miliardi. Per la verità, crescono in valore assoluto anche Juventus e Milan, ma a una velocità diversa. I bianconeri, trainati dai proventi della Champions e del nuovo stadio, salgono dal tredicesimo al nono posto con 272,4 milioni (195,4 nel 2011-12) mentre i rossoneri retrocedono di due gradini in decima posizione con 263,5 milioni (256,9). Il capitombolo, prevedibile, è dell’Inter fuori dalle coppe: 168,8 milioni (erano 200,6 due anni fa) e quindicesimo posto. Chiude la Roma diciannovesima a 124,4 milioni. Subito fuori dalle top 20 ci sono il Napoli (22o) con 116,4 milioni e la Lazio (28a) con 106,2 milioni. La situazione non è affatto buona, guardando all’Italia nel suo insieme. «Mentre la maggioranza della Money League – spiega Deloitte – è caratterizzata da una crescita degli introiti in un mercato stimolante, i club italiani, con l’eccezione della Juventus, fanno fatica a crescere. Senza stadi di proprietà è dura generare ricavi dal matchday e dall’area commerciale».

    Confronto Per capire quante occasioni si siano perse basta gettare uno sguardo sulla classifica di Deloitte della stagione 2005-06: Real 292 milioni, Barcellona 259, Juve 251, Man Utd 243, Milan 239, Chelsea 221, Inter 207, Bayern 205, Arsenal 177, Liverpool 176. In meno di un decennio tutto è cambiato. Vero, l’Italia non è l’ombelico dell’industria e della finanza ma qualche colpa, al netto della congiuntura, ce l’avrà pure chi ha governato il calcio fino ad ora. O no?