Melting pot in maglia viola: 15 Paesi rappresentati, appena 4 italiani nel gruppo di Sousa

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    de maio milicQuindici Paesi rappresentati, undici lingue, ore e ore di ripetizioni d’italiano organizzate al centro sportivo. Sembra l’Expo del calcio, invece è la Fiorentina, la squadra dove parlare italiano ormai è diventato quasi un lusso.

    Il mercato appena finito infatti ha portato in viola cinque sudamericani e sei calciatori arrivati da mezza Europa. Di azzurri invece neppure a parlarne, in barba a quel regolamento federale che obbliga i club a presentare liste chiuse da 25 giocatori di cui 4 cresciuti in Italia, più 4 formati dal club. Proprio questi vincoli (che avrebbero dovuto portare la serie A a italianizzarsi di più) hanno ottenuto l’effetto contrario. La richiesta per i talenti nostrani infatti è salita a dismisura e vista la scarsità di offerta del mercato, l’effetto boomerang è stato l’impennata dei costi. E così niente Zappacosta, Faragò, Goldaniga, Giaccherini. Tutta gente che Corvino aveva provato a prendere, salvo poi spaventarsi di fronte alle cifre in ballo. L’appuntamento con l’italianizzazione viola così è ancora una volta rimandato a data da destinarsi, mentre Sousa dovrà ritrovarsi a gestire calciatori di mezzo mondo, con abitudini (e modi di vivere) diversissimi tra loro e con scarsa conoscenza dei tatticismi del nostro calcio.

    Grazie all’esordio di baby Chiesa e nonostante gli addii di Pasqual e Rossi comunque, l’Italia resiste (per un soffio) come Paese più presente nella Fiorentina: gli italiani viola infatti sono quattro (Astori, Bernardeschi, Chiesa, Lezzerini). Seguiti a ruota dai tris di Argentina (Gonzalo, Toledo, Zarate), Croazia (a Badelj e Kalinic, si è unito Milic) e Uruguay (Cristoforo, Vecino e l’ultimo arrivato Maxi Olivera). Borja Valero e Tello invece è la coppia di spagnoli, mentre la Romania a Tatarusanu ha aggiunto Hagi jr.

    Nell’atlante viola trovano spazio anche Polonia (Dragowski), Francia (De Maio), Olanda (Diks), Serbia (Tomovic), Colombia (Sanchez), Slovenia (Ilicic), Senegal (Babacar) e ovviamente il Portogallo di Sousa (e del ds Freitas), più la new entry Messico, rappresentato da qualche giorno da Salcedo. Fortuna allora che Paulo è uomo di mondo nonché tecnico poliglotta: in allenamento parla indifferentemente italiano, portoghese, spagnolo e inglese. Una dote che aiuta parecchio per provare a gestire un melting pot calcistico di tale portata. Il resto lo fanno le ore di studio a cui tutti gli stranieri si sottopongono: nei ritagli di tempo infatti, il quartier generale viola diventa una sorta di scuola di italiano per studenti esteri. Le ripetizioni però non cancellano il problema di fondo. Se per questa volta Pantaleo se l’è cavata ingaggiando under 21 (illimitati per regolamento Figc), da gennaio in avanti dovrà inventarsi qualcosa per invertire la tendenza. E ricominciare a comprare italiani.

    Della Valle lo chiede già da tempo, ma certi errori strategici pesano: calciatori come Baselli, Benassi, Bonaventura, Sirigu, Verre, Viviani, lo stesso Sportiello, Ogbonna, Capezzi (italiano e formato nel club e per questo importantissimo a livello strategico) e qualche altro, dovevano e potevano essere considerati una priorità viola, e non solo vaghe opportunità di mercato in attesa che i prezzi calassero. Intanto dovremo rivedere in campo formazioni spagnoleggianti, con qualche «ic» qua e là e (al massimo) due azzurri in campo. In barba a quel «senso di appartenenza» rilanciato dalla società proprio alla vigilia della festa per i 90 anni.