Quando l’Europa non scalda più. E la malinconia vince sovrana

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Anni addietro la Firenze del calcio avrebbe perfino esultato per una qualificazione in Europa. Anni bui dove c’era poco da gioire e molto da soffrire. Anni in cui era sempre più vicina la B che lo scudetto, anni in cui però non si poteva chiedere di più a chi calcava il terreno del Franchi e a chi quei giocatori li stipendiava. Tutt’altri tempi rispetto all’era Della Valle, in cui è mancato un trofeo ma nella quale si sono registrati in media i migliori piazzamenti di tutta la storia viola. E’ mancata sempre la ciliegina per fare il salto di qualità, e l’unica volta in cui questa proprietà ha provato a farlo sappiamo come è finita tra Gomez-Rossi ed un monte ingaggi ben al di sopra delle proprie possibilità che ancora oggi sta pagando. Un salto di qualità ed una ciliegina che la Fiorentina ha provato a cercare anche ispirandosi qua e là in giro per l’Europa.

 
 
C’era una volta il modello Dortmund, rinato dopo una crisi economica senza precedenti e tornato nell’elite del calcio europeo. Poi esplose l’Atletico, e venne anche il tempo del Siviglia che anche quest’anno con grande probabilità giocherà una finale di Europa League. In Europa c’è tanto da imparare. Non a caso tre piazze dove tifo e squadra sono una cosa sola. Dove ad ogni partita è difficile trovare un seggiolino vuoto sugli spalti, dove non c’è un minuto di silenzio per il tifo incessante. Dove c’è quasi un’aura di misticismo nel sapere che ad ogni fischio d’inizio c’è un sistema da ribaltare ed una gerarchia storica da sovvertire. Dove il siviglismo è qualcosa di più, dove essere colchoneros è qualcosa di più, dove far parte di quel muro giallo è qualcosa di più. Firenze guardava a questi modelli, dove per sopravvivere ad ogni stagione c’è anche da sacrificare un big da sostituire con due tre altri giocatori che ri-inneschino il meccanismo l’estate successiva. Eppure sono sempre lì. Là dove i sogni a volte si avverano, qua dove i sogni sempre si infrangono. O più semplicemente là dove una cultura vincente è stata creata, qua dove per poterla creare è servito un allenatore portoghese che facesse la voce grossa, e che probabilmente non ci riuscirà. Qua dove l’essere fiorentino era qualcosa di più, dove tutta una città faceva a volte da dodicesimo se non tredicesimo uomo, contro mille venti provenienti dai vari palazzi e contro mille difficoltà e iatture varie. Qua dove una qualificazione in Europa, non si sa ancora da quale porta, non scalda più. Dove siamo ormai tutti più commercialisti e clienti e sempre meno mossi da una ferocia agonistica che altrove porta ancora a risultati. 

Intanto il Chievo, primo match point per conquistare almeno la qualificazione in E.L. dopo aver sognato dapprima lo scudetto, poi un piazzamento Champions, poi un quarto posto, e così via. Con un clima che in città è tutt’altro che sereno e disteso, ma con tanta necessità di chiarezza. Con Sousa, senza Sousa, con i Della Valle, senza i Della Valle, con la schiera di dirigenti, senza la schiera di dirigenti, con chissà chi in rosa, con qualche cessione. Ma soprattutto con ambizione e voglia di tornare a sognare. Quella che in questi ultimi mesi è venuta sempre meno lasciando spazio a tanta malinconia. 

Autore: Gianluca Bigiotti – Redazione Fiorentina.it