Riecco Antonio Cassano, l’ex Enfant Prodige, viola per una notte nel 2010

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    Antonio CassanoHa raccontato: «Non ci fosse stato quel Bari-Inter e quel mio gol, sarei diventato un rapinatore. Quella partita e la mia bravura mi hanno salvato da una vita di merda». Crudo ma vero. Così ogni volta che lo vedi schernire con la maglia del Parma i difensori avversari, non puoi fare a meno di pensare a che formidabile correttore di fortuna possa essere il talento. E a che dissipatore di fortuna possa essere il carattere. Perché Antonio Cassano alla fine è questo: un ex enfant prodige rimasto per sempre più enfant che prodige per colpa del suo carattere sciagurato. Un talento inespresso a metà. 
    Sì, il giocatore della Fiorentina più rapido della storia (ha vestito il viola solo per una notte nel gennaio del 2010) ancora oggi è solo un’ipotesi di campione che non sai augurarti se domani convenga avere contro in campo oppure no. 
    Perché con quella faccia tambureggiata dall’acne e scavata dall’irriverenza del ciompo («A oggi mi son fatto 17 anni da disgraziato e 13 da milionario: me ne mancano ancora 4 prima di pareggiare») Cassano può essere allo stesso tempo la zavorra di una squadra o la sua apoteosi. Non uno da 6: o 3 o 9, come hanno scritto. 
    Di certo, quando è in giornata di grazia è difficile imbrigliarlo. «Andatevi a rivedere Roma-Juventus 4-0, quella della bandierina spezzata: ho giocato dopo aver fatto le 6 del mattino con una delle tante amanti che avevo», ha raccontato, dimostrando anche in quel caso non la contabilità gaglioffa di un Don Giovanni ma la smargiassata tamarra di un Corona alle cime di rapa. Ma il Nostro non è tipo da buonismo ipocrita: quando in gara gli riesce un tunnel, poi irride spesso l’avversario: «Stai sempre con le gambe aperte, lo stesso vizio di tua madre». Un guascone per dna, incapace di adattarsi al valore del sacrificio e della disciplina: «Ho rifiutato tre volte il passaggio alla Juventus — ha raccontato — perché lì vogliono solo i soldatini, sul binario, sempre dritti. Io devo andare dove mi pare anche se poi lo pago sulla mia pelle».
    Per la verità, fin qui non ha pagato granché, visto che, Juve a parte, ha vestito i colori di Roma, Milan e Inter. Ma il talento nel calcio, lo dicevamo all’inizio, è un formidabile correttore di fortuna. E Fantantonio lo sa bene: «Non contano i moduli – ha detto – quando hai giocatori di qualità puoi giocare anche con il 5-5-5 di Oronzo Canà». La verità rivoluzionaria oltre il fanatismo di certo allenatori. Ed è per questo che, anche se ti accorgi di come ha dissipato a capocchia l’oro del suo talento, alla fine non riesci a volergli male. 
    Perché nessun sognatore fra il rigore di Sacchi o la bellezza di un dribbling superfluo, può stare per il primo. Nessuno potrà mai preferire l’esattezza del ragioniere al rischio della bellezza. Cassano, più un meraviglioso sciagurato del pallone che non un povero milionario del calcio