Sergio Staino: “A pranzo con Socrates senza parlare di calcio”

di Alessandra Bocci - La Gazzetta dello Sport

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La signora Renza prende tre autobus per andare allo stadio. «E’ separata, ora ci va da sola. Non le interessa la Nazionale, non le interessano le altre squadre, soltanto la Fiorentina. E’ di Lastra a Signa, parla un meraviglioso linguaggio toscano elaborato, starei ad ascoltarla per ore. Viene a fare le pulizie da noi da una vita ed è l’unica persona di casa che segue davvero il calcio. Dopo la sconfitta con la Roma le ho fatto le condoglianze».

Sergio Staino invece ha sofferto per il pallone una volta sola. «Italia-Perù dell’82, finì 1-1. Mia moglie è peruviana e ci siamo trovati in imbarazzo. Ma è finita pari e quindi tutti contenti». Lui e il calcio corrono su binari paralleli, con Firenze sullo sfondo. Staino, ora direttore dell’Unità, ha trattato il pallone nelle sue vignette, «l’analogismo fra calcio e politica funziona. Ma non sono mai riuscito a capire a fondo le passioni che il calcio scatena. Sono stato un paio di volte allo stadio a vedere la Fiorentina con il mio babbo, senza divertirmi granché. Quando c’è il Mondiale, però, esce lo spirito della nazione, e in qualche modo grazie a Pertini ho partecipato anch’io al mito di Italia-Germania. Non tutti i politici strumentalizzano il calcio in senso negativo».

L’ironia brilla nel piccolo studio pieno di carte e colori, con l’assistente Francesca che arriva con la borsa della squadra di calcio femminile di Scandicci e si mette a lavorare al computer. Libri ovunque, colori, le stelle filanti per le nipotine ammonticchiate accanto a disegni e fogli bianchi. «Mi piacerebbe essere come Matteo (Renzi, ndr), il calcio è essenziale per entrare in contatto con le masse. Un concetto comunista, sa». Come quello del compagno del Pc albanese che Staino ricorda con chiarezza. «Ero marxista-leninista, un secolo fa. Allora l’Albania ci pareva un modello e avevamo spesso incontri. Mi viene in mente la storia di un funzionario del ministero degli Esteri. Allora per accettarti nel partito ti facevano una specie di esame. Arriva uno e interrogato dice, “no io non gioco a carte, sono astemio, niente relazioni con donne, sono fedelissimo”.

E il compagno esaminatore risponde: “non possiamo fidarci di te, se uno non ha vizi come fa a legare con il popolo?”. Ecco, il calcio è lo stesso. E’ uno strumento che ti avvicina a tutti, però io sono sempre stato un disastro con lo sport. Pensi che sono stato pure rimandato in ginnastica e mio nonno, avevamo un terratetto a due piani in campagna, aveva legato un tubo alla terrazza e mi obbligava a fare esercizi con la pertica per rimediare».

Il suo primo ricordo di calcio?
«La tragedia del Grande Torino. Andavo alle elementari e il mio migliore amico fece un altarino con le candele e le figurine dei giocatori. Ero stranito. A scuola bastavano due maglioni arrotolati per fare le porte e giocare, a volte mi obbligavano a stare in porta per fare numero. Ma niente, tutti facevano la raccolta delle figurine, io leggevo libri. Per questo passavo per intellettuale. A quei tempi, parlo degli anni 40 e 50, leggere per un ragazzino delle classi popolari non era semplice, perché le case erano piccole e di libri ce n’erano pochi. C’erano i romanzi d’amore per mamma, qualche libro di vaga divulgazione scientifica per il babbo, per i più affamati i tomi della Selezione dal Reader’s Digest. Edizioni ridotte dei grandi libri che venivano dall’America, corpose anche se ridotte. Mica come i tweet di oggi. Stiamo tornando ad essere analfabeti».

Il linguaggio del giornalismo sportivo le piace?
«Parla con il direttore di un giornale che non ha le pagine sportive. L’Unità non sarà mai un giornale di cronaca, ma il commento sportivo mi piace e spero di poterlo riportare».

Ha litigato con Renzi per l’Unità.
«Sì, non ha gradito il fatto che gli abbia dato del cafone. Probabilmente ho sbagliato, ma sa, le cose si dicono a caldo, poi vederle scritte è un’altra cosa».

Che ruolo darebbe a Renzi in una squadra di calcio?
«Ma lui non ha bisogno di una squadra. Può fare tutto: il terzino, il mediano. Forse potrebbe essere un trequartista, o un centravanti. E’ uno che vuole fare gol, vuole cominciare la partita e vincerla subito. Lo vedo come il tipo che non passerebbe mai la palla».

Il direttore del giornale invece è un po’ come l’allenatore?
«Ci sono analogie. Fare il direttore è come essere un regista e guidare una troupe. Bisogna saper tirare fuori le buone qualità di tutti per il bene del film».

Lei sarebbe un buon allenatore?
«Penso di essere un buon motivatore, mi piace farmi voler bene. Per tanti anni sono stato solo, io e il foglio da disegno, invece a me per natura piace lavorare con un collettivo».

Come si spiega l’ossessione di Firenze per la sua squadra e l’odio per la Juve?
«L’odio per la Juve c’è sempre stato, non so nemmeno come sia cominciato. Comunque quanto a passionalità conosco situazioni romane e napoletane che riducono Firenze a un posto tranquillo e misurato».

C’è qualcosa del calcio che le dà fastidio?
«Niente, neppure i caroselli notturni. Ho amici che se perde la Viola sono distrutti, perciò spero che vinca sempre».

C’è Milan-Fiorentina. Ha mai conosciuto Berlusconi?
«Non l’ho mai incontrato. Dicono che abbia utilizzato il Milan a scopi politici, ma è logico soprattutto considerando che ha investito milioni e qualcosa politicamente gli deve tornare. La Fiat con la Juve l’ha fatto per una vita. In ogni caso, non conosco persone anche molto di sinistra che abbiano cambiato bandiera calcistica quando è arrivato Berlusconi. Il pallone è il pallone, il club del cuore un mondo a parte».

Milano che cosa significa per lei?
«Significa la rivista Linus, Oreste Del Buono, Bianciardi. Tutto il bello degli anni Sessanta, Jannacci, Strehler. Non è più la capitale morale ma da lì arrivano sempre novità: è stata un bell’esempio per il centrosinistra, per fare una nuova sinistra bisogna passare da lì, dall’esperienza di Milano con Pisapia».

Ha mai letto romanzi a sfondo sportivo che consiglierebbe?
«No, ma c’è un personaggio del calcio che mi ha affascinato: Socrates. Un intellettuale, un letterato, uomo colto e sensibile. E’ stato ospite a casa mia quando giocava nella Fiorentina e abbiamo parlato di cultura e politica. Era strano avere uno del calcio a pranzo, ma non si parlava di pallone». Eppure, chissà che pomeriggio per la signora Renza.