Serie A: fatturato cresce ma salgono anche i costi. Debito..

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    Serie A TimCome ogni anno, la Gazzetta dello Sport  (Marco Iaria) pubblica uno studio sui bilanci societari delle squadre di Serie A. I bilanci vengono approvati e resi pubblici solo diversi mesi dopo la fine della stagione sportiva (e qualche club, come Fiorentina e Milan, posticipa la chiusura dell’esercizio a fine anno solare). Pertanto quest’analisi offre una fotografia del campionato 2012-13.

    Il calcio italiano è ancora prigioniero di antichi vizi. Appena arriva denaro fresco, ecco che il livello della spesa sale. E i conti non tornano. Qualcuno, per la verità, cerca di farli tornare con vecchi o nuovi espedienti, qualcun altro ci riesce per davvero. Ma per tutti vale la crisi di liquidità, con annesso il fardello pesante del debito. Emerge tutto questo dall’inchiesta della Gazzetta sui bilanci delle società di Serie A della scorsa stagione, proprio nei giorni dei rumors sulla vendita (smentita) del Milan che confermano un’amara verità: il calcio italiano ha un suo fascino ma il sistema è quello che è.

    Il conto economico Nel 2012-13 la Serie A ha visto crescere il fatturato a 1772 milioni (+8% rispetto al 2011-12), grazie al nuovo ciclo di vendita dei diritti tv, eppure nell’era della presunta austerity i costi non solo non sono diminuiti ma sono addirittura cresciuti del 4%, a 2365 milioni. Beninteso, non gli investimenti virtuosi nei vivai (passati da 36 a 37 milioni calcolando solo le società che li capitalizzano) ma le spese fuori controllo per le rose, cioè stipendi e ammortamenti. Il costo del personale si mangia il 68% dei ricavi: una voce che tra il 2010-11 e il 2012-13 solo Fiorentina, Inter, Milan e Roma hanno saputo ridurre. Tra entrate e uscite caratteristiche ballano 600 milioni, davvero tanti. E solo con le operazioni di calciomercato, cioè con i 409 milioni di plusvalenze al netto delle minusvalenze, si limitano i danni portando il deficit aggregato della Serie A a 203 milioni, comunque in calo se confrontato col -292 del 2011-12. È vero che le società italiane, ai tempi della crisi, si sono trasformate in abili venditrici: da Thiago Silva a Lavezzi a Nastasic sono parecchi i quattrini giunti dall’estero (e l’estate scorsa si è continuato con Cavani, Jovetic, Lamela). Occhio, però, i profitti da cessione calciatori nascondono spesso maquillage contabili senza spostare soldi veri: basti pensare alle comproprietà, che molti club hanno voluto tenere ancora in vita. Esistono poi altri modi per abbellire i bilanci, rinviando l’ora X della ricapitalizzazione. La moda della cessione del marchio è datata, ha contagiato un po’ tutte (ma non le big Juve e Napoli), recentemente pure Parma e Genoa, vittime del saliscendi del calciomercato. Negli ultimi tempi, un’ulteriore operazione ha consentito di far emergere un nuovo asset cogliendone i benefici contabili (nell’attesa di quelli monetari, che per alcuni club non arriveranno mai o saranno risibili). È lo sfruttamento della library, cioè dei diritti di archivio: siccome è indeterminato nel tempo, il ricavo viene portato immediatamente a conto economico ma si tratta solo di una partita di giro con la Rai da cui si acquista la library. È per tutti questi motivi che le indicazioni maggiori sullo stato di salute del movimento calcistico vanno rintracciate sul piano finanziario.

    La crisi del debito I debiti lordi non smettono di ingrossarsi: dai 2111 milioni del 2008-09 ai 2855 milioni del 2012-13. Calcolandoli al netto dei crediti, fanno 1572 milioni, qualcosa in meno di un anno fa (1630), ma sempre elevati (nel 2009-10 erano 1350). In questo senso il calcio è lo specchio del Paese. L’Unione europea non perde occasione per bacchettarci sull’indebitamento? Bene, lo stesso problema ce l’ha l’azienda del pallone tricolore. Le società dipendono dalle banche che finanziano lo spettacolo per circa un miliardo: ammontano a 977 milioni (cifra identica al 2011-12) i debiti verso istituti bancari e di factoring. È pratica comune farsi scontare i crediti futuri dei contratti televisivi e di sponsorizzazione. Addirittura alcuni club «fattorizzano» i proventi dell’eventuale paracadute da retrocessione. Perché lo si fa? Semplice, la liquidità non c’è. E quando si presentano le scadenze dei pagamenti, in primis quelle degli stipendi coi controlli della Covisoc e il conseguente rischio di penalità in classifica, diverse società vanno in difficoltà e devono correre ai ripari. Assieme alle banche, sono gli azionisti i salvatori della patria. Nel 2012-13, tra versamenti in conto capitale e finanziamenti (per lo più infruttiferi), i «mecenati» hanno elargito 283 milioni ai club di A. Nessuno ce la fa da solo. Anzi, uno: il Napoli, l’unica squadra a non aver ricevuto soldi nella scorsa stagione né dalle banche né dai soci.

    Troppa tv La Serie A continua a essere teledipendente. Il 56% del giro d’affari proviene dai diritti tv (989 milioni, inclusi quelli delle coppe europee), il 19% dall’area commerciale (342), l’11% dallo stadio (191) e il 14% da altri ricavi (250). Se la prima fonte è in costante crescita, sponsorizzazioni e pubblicità aumentano ma a scartamento molto ridotto (339 milioni nel 2011-12), mentre preoccupa l’erosione degli incassi al botteghino (erano 201 nel 2010-11). Rispetto a Premier e Bundesliga, la massima divisione italiana continua a presentare uno squilibrio nella composizione del fatturato. E anche nel totale siamo messi male: la Premier viaggia a 2,9 miliardi, la Bundesliga a 2. In A solo sei società su venti sono in attivo. Il record spetta all’Udinese con 32 milioni di profitti grazie alle soliti invidiabili plusvalenze. Primato negativo ancora per l’Inter (-83 milioni) che, non a caso, ha vissuto qualche mese fa lo storico passaggio di consegne da Moratti a Thohir.