Vita da Mazzoni, l’eterno secondo ma per scelta. E oggi allo stadio per il compleanno

Di Benedetto Ferrara - La Repubblica Firenze

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mario mazzoni
Come riporta La Repubblica Firenze, Isolotto, terzo piano, Mario aspetta sulla porta insieme alla moglie Carla. Sorrisi puri, sinceri. Lui dice che il giorno prima è andato a Scandicci a vedere la Fiorentina Primavera. «Un freddo cane», soffia. Tutto vero. E strano, o forse no. Certo, se a 87 anni appena compiuti hai ancora voglia di prendere freddo per una partita di pallone, ci sta che tu sia parecchio malato di calcio. Anzi no, meglio essere precisi: di calcio giovanile. «Sai, ogni tanto incontro per strada qualche persona che mi dice: grazie mister, hai insegnato a mio figlio a vivere. Queste sono le vere soddisfazioni per uno come me, che ai giovani ha dedicato la sua esistenza. Magari il figlio di quella persona ha smesso di giocare subito, ma è la vita che conta, e un allenatore serve anche a quello».
Già. Se poi provi a dire che va bene allenare i ragazzi, ma forse una Coppa Italia potrebbe valere di più, lui quasi si arrabbia. Perché il signor Mario Mazzoni, fiorentino dalla testa ai tacchetti delle scarpe da calcio, una Coppa Italia l’ha vinta, e i tifosi viola dalla mezza età in su se la ricordano bene.
«Era il ‘75, avevano esonerato Nereo Rocco e mi toccò andare in panchina, in attesa che arrivasse Mazzone, che comunque era in tribuna». In quel “mi toccò” c’è tutto quest’uomo tanto schivo, quanto appassionato, uno che la prima squadra non la voleva proprio allenare. «Stavo male, non dormivo, non mangiavo. Non era il mio. Una volta sentì alla radio che avevano mandato via Mazzone e avevano promosso me. Stavo mangiando a casa con la mia famiglia. Manca poco svengo. Chiamai subito il presidente: non facciamo scherzi, io sono il secondo e resto secondo. Oh, io sono fatto così». Mazzoni ha avuto una buona carriera da calciatore.
Mezz’ala col cervello, ha trascorso gli anni migliori a Bari, dove è stato anche capitano. «Poi a fine carriera arrivai a Poggibonsi, dove facevo il giocatore allenatore. Fu Egisto Pandolfini a chiamarmi a Firenze. E così tornai nella mia città e iniziai ad allenare le squadre giovanili». Dice Carla: «E viveva là, al Campo di Marte. Quella era praticamente casa sua». Poi la lunga avventura di vice allenatore, cioè quello che fa il lavoro più duro lontano dal palcoscenico. Una vita perfetta, per uno come lui, allergico ai riflettori. Un uomo controcorrente, dentro un mondo di ego sconfinati.
Pesaola, Pugliese, Liedholm, Radice, Rocco e Carletto Mazzone. Mario Mazzoni ne ha visti tanti. «Tutte brave persone. Anche se una volta mi dissero che Pugliese aveva detto ai giocatori che amava poco i vice allenatori. Ma forse solo perché molti temono che i secondi vogliano fregargli il posto. Ti racconto questa: Un giorno vado a prendere Nereo Rocco per portarlo allo stadio. Lo facevo sempre, il giorno della partita. Bene, lui quando siamo quasi arrivati mi dice: Mario portami alla mia macchina, io oggi non vengo in panchina. Pensaci tu. Lo guardo e sgrano gli occhi: oh icchè dice, lei viene allo stadio e va in panchina. Lui era furbo, ma ero più furbo di lui. Voleva vedere se lavoravo per soffiargli il posto. Non ci sono cascato». Quante storie, il mitico Mario.
Che nei ragazzi ci credeva. E quando era possibile li lanciava in prima squadra. Metterli tutti in fila non è facile. «Orlandini, Esposito, Berni, Galdiolo, Tendi, Macchi…». E Roggi, Caso, Sella, ragazzi che lui buttò dentro convinto del loro talento. «Sella segnò un bel po’ di gol e a Pescara ci salvò all’ultima giornata». Il giocatore più intelligente? «Beh, forse Ciccio Esposito. Era uno che faceva correre gli altri. ma mai a caso. Galdiolo lo feci giocare nella Primavera contro la Nazionale. Il ct era Valcareggi, a fine partita venne da me e mi disse: non ci gioco più contro di te, volevo fare una sgambata ma non ci avete fatto giocare. Infatti Prati non vide palla. Avevo caricato Galdiolo nel modo giusto». Mario sostiene che i grandi allenatori sono quasi tutti centrocampisti.
«Pensaci. Guardiola, Conte, Ancelotti. Mica è un caso. Il centrocampista vede tutto il campo e impara a ragionare subito».
E il segreto per crescere i giovani? «Educarli al rispetto. E saperli ascoltare, Capire. Perché ognuno ha bisogno delle parole giuste, i ragazzi non sono tutti uguali. Oggi sui campi vedo spesso errori ai miei tempi inconcepibili. Però lo ammetto: mi emoziono sempre come allora». Mario Mazzoni oggi sarà allo stadio, accompagnato da suo figlio Orlando. «È stato Gino Salica a invitarmi. È venuto anche a trovarmi qui a casa mia. È una bella persona. Sono felice di tornare allo stadio e di stare vicino alla mia Fiorentina, che ha vissuto una tragedia difficile da superare. Ma i ragazzi sono forti, ce la faranno». Mazzoni è un burbero col cuore tenero. Resta da capire perché lui scelse la carriera di eterno secondo.
«Credo sia facile da immaginare. Sono nato qui e ho sempre amato la Fiorentina con tutto il mio cuore. La consideravo troppo per me, e soffrivo per lei. Serve anche distacco nella vita. Per me non era possibile».

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